Antologia Critica

CESARE BIASINI SELVAGGI 2012

Sui Generi/s

[…] La maggior parte dei quadri prodotti da Ventrone a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sono nature morte: frutti, verdure, agrumi, fiori. E’ l’oggetto, dunque che prevale perché immobile, sempre uguale a se stesso, privo di sentimenti, forma astratta. Il sottilissimo moto spaziale degli oggetti può assumere molteplici possibilità. Può esprimere una visione calma per la dolcezza e il silenzio (come fanno le turgide ciliegie nei cesti), oppure inquieta, di un malinconico rimpianto, perfino drammatica (come nel caso delle grandi angurie infrante sulla roccia o su lastroni di pietra). Spesso Ventrone ha degli innamoramenti improvvisi. Allora c’è il periodo delle zucche, per esempio. Compra una zucca e in molti casi non la taglia, la lascia cadere, lasciando tutto al caso. Se la situazione lo ispira, cioè se la trova stimolante, prepara le luci che metteranno in evidenza questa singolarità; c’è la rabdomantica fantasia della natura e con lei s’instaura una comunione molto profonda. Le nature morte sono composte su uno sfondo nero, bianco oppure di un grigio volgente al celeste, poggiando su una superficie bianca (talvolta sostituita da una scenografia di rocce oppure da qualche capitello e da altri reperti di archeologia romana), attraversate da una luce forte che proviene diagonalmente dall’alto oppure dallo sfondo della composizione e che, nel contempo, sembra promanare anche dall’interno della composizione stessa, quasi le fossero stati innestati tanti spot luminosi per restituire all’artista un’immagine più reale della realtà che con lucidità quasi esasperata la proietti in un universo parallelo dove il tempo sembra sospeso.

ALESSANDRO LORENZETTI  2010
Il velo di Maya
La prima associazione che questi dipinti suscitano nell’osservatore é con il pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. Un’evoluzione del Mito della Caverna […] il suo Velo di Maya descrive correttamente il potenziale filosofico insito nell’opera di Ventrone. Maya – dea dell’illusione – incarna la realtá, come é percepita attraverso i sensi, che offusca con il suo velo gli occhi dell’uomo impedendo un’autentica conoscenza. Nell’estetica schopenhaueriana l’arte ha il compito di “esprimere” e “rappresentare” le Idee platoniche. Attraverso l’arte si puó temporaneamente contemplare l’essenza delle cose e questo é precisamente il processo che avviene davanti a una natura morta, un nudo o una marina di Luciano Ventrone. […]
La straordinaria padronanza del mezzo tecnico fa di Ventrone il caposcuola di una nuova tradizione figurativa. […] É un dato di fatto che ogni momento chiave della storia dell’arte é stato contrassegnato da un dichiarato ritorno alla figurazione naturalistica. É accaduto con la rivoluzione artistica dei secoli XIII / XIV (si vedano gli affreschi e i mosaici superstiti di Pietro Cavallini a Roma e Napoli e i celeberrimi cicli affrescati di Giotto), é avvenuto nel tardo XVI secolo ed ancora a metá del XIX con il Realismo di Gustave Courbet. Accade ora con Luciano Ventrone. Egli non é l’unico rappresentante del genere che va comunemente sotto il nome di Iperrealismo, ma é certamente l’autore piú abile. Le sue creazioni possono essere paragonate, per portata intellettuale e tecnica, all’opera di Masaccio, autore della “Trinitá” di Santa Maria Novella, Firenze. Ventrone, come il grande maestro fiorentino prima di lui, ha concepito un nuovo modo di osservare e intendere la natura e, soprattutto, ha sviluppato nuovi mezzi tecnici ed espressivi che segnano un ulteriore passo fondamentale nella continua evoluzione dell’arte.

VITTORIO SGARBI 2010
Ventrone è il pittore dell’iperbole. E iperboliche, esagerate, barocche, appunto, sono le sue opere, piuttosto che iperrealistiche. […] esagera, perfeziona il reale, anche nelle sue imperfezioni. E ci costringe a fare i conti con immagini che non ci avrebbero, al di fuori della sua interpretazione, interessato.
ELENA DIBARTOLOMEI

Realtà ed emozione nella pittura di Luciano Ventrone

Il battito del cuore si ferma: Luciano dipinge!
Ho avuto la fortuna di conoscere Luciano tanti anni fa e da allora siamo rimasti amici. La sua arte è stata più volte descritta, raccontata dai più celebri critici d’arte. Quando all’università volevo laurearmi presentando una tesi su di lui, non me lo permisero, con la giustificazione che era un lavoro troppo personale.
Ma oggi liberamente scrivo di lui.
Per capire la grandezza e l’unicità della sua opera dovete chiudere gli occhi e respitare davanti ai suoi quadri: esatto… respirare, perché i suoi capolavori sono vivi e differentemente dalle altre opere conoscono il senso dell’eternità.
Luciano dipinge con pennelli sottili tutto il giorno, poi ricomincia, ore dopo ore, giorno dopo giorno, il colore sottile si trasforma in volume vivente: e l’opera supera la fotografia. E’ obiettivamente innamorato dell’estetica e dell’arte identificandosi con i soggetti che dipinge: la sua vita è trasposta là dentro per sempre.

Nel tempo ha cambiato stile e genere, è passato dal surrealismo al neorealismo, ma l’amore resta intatto. La grandezza della sua opera è proprio l’amore che rappresenta: Luciano quasi ferma il suo respiro per tracciare il segno sulla tela; il segno perfetto. Tutta la sua energia si concentra sulla punta del pennello, si blocca e viene trasferita nel segno: è per questo che il risultato è spettacolare, sospeso nel tempo.

Quando mi fermo davanti alle sue opere faccio questa riflessione sulla bellezza, sull’eternità, sullo spazio.

Bloccate il respiro, tirate fuori la vostra sensibilità, respirate lentamente, allungate le vostre mani e toccate le sue opere: siete anche voi nel suo cuore, attraverso ogni dettaglio che allo stesso tempo umano ed espressivo è il risultato di un sentimento autentico d’amore.

ANGELO CRESPI
Il realismo magico di Luciano Ventrone

Giugno 2010 Catalogo mostra retrospettiva Russian Museum Marble Palace St.Petersburg
Nello iato irriducibile tra una cosa che sembra vera ma non lo è, tra una cosa che non è una fotografia ma non sembra neppure dipinta, si gioca il potere seducente dei quadri di Ventrone. L’inganno si riproduce ogni volta che guardiamo le sue opere, ma lasciando il nostro desiderio di conoscenza frustrato al medesimo livello. Non c’è innalzamento; ogni volta che osserviamo il canestro di frutta ci stupiamo, ci domandiamo come sia possibile, pensiamo a una fotografia, poi ci ravvediamo e ci sforziamo di ritenerlo un dipinto. E’ come un circolo vizioso, un corto circuito gnoseologico e cui Ventrone ci sottopone sadico, senza lasciarci vie d’uscita, perché la tara è nell’occhio, nel nostro modo di vedere la realtà attraverso la retina, nella limitatezza del nostro campo visivo, dei colori e delle sfumature che possiamo percepire, e nei numerosi inganni a cui la vista ci costringe per poterci muovere nel mondo.
Se non fosse ardimentoso spingerci nella metafisica, potemmo suggerire che Ventrone non rappresenta oggetti, sebbene l’idea che abbiamo di quegli oggetti

E’ come se Ventrone riuscisse a rappresentare l’archetipo dell’oggetto; più guardiamo la cesta di frutta più conosciamo l’universale di cesta di frutta e paradossalmente meno quella singola cesta di frutta rappresentata. Perché, si badi, non esistono nella realtà cesta di frutta del genere, così perfette, appunto così archetipiche. C’è in esse un eccesso di realtà, appunto una iper-realtà, che nel caso specifico tende a farsi metafisica piuttosto che limitarsi al mero inganno dell’occhio.

SERGIO GADDI
Giugno 2010 Catalogo mostra retrospettiva Russian Museum Marble Palace St.Petersburg
Il primo e più immediato livello di comprensione dell’opera di Luciano Ventrone deriva dal senso di perfetta armonia compositiva trasmesso dalle sue tele. Ogni lavoro è un universo, un mondo compiuto e definito che comunica se stesso con l’autorevolezza naturale che deriva dall’ordine incorruttibile dal quale nasce la varietà esuberante della vita. […] Come il genio di Canova è anche pittorico, così il tratto di Ventrone è in grado di rendere plastica la forma.

EUGENIA PETROVA 2010
Giugno 2010 Catalogo mostra retrospettiva Russian Museum Marble Palace St.Petersburg
Raggruppando oggetti in combinazione volute da lui, ordinate poi nello spazio, utilizzando la luce e il colore per rivelare la loro struttura nonché la loro essenza, Luciano Ventrone riveste frutta e verdure di una sorta di nuovo significato totalmente personale.
 
Di fatto, una semplice costruzione di oggetti a prima vista riconoscibili, evidenti, diventa cosi una scenografia piena di significati nascosti.
Ed è questa qualità che rende moderna l’opera di Luciano ventrone benché scaturisca dall’espressione tradizionale del mondo visivo.

EDWARD LUCIE-SMITH 2006
Ventrone è un virtuoso, operante in un clima che è ora generalmente ostile all’idea di virtuosismo artistico.

Ventrone è spesso classificato come un “iper-realista”. Ciò implica che il suo lavoro è in un certo modo legato alla fotografia, tuttavia, come sa chiunque abbia guardato attentamente i suoi quadri si, non è questo il caso. Lungi dall’offrirci una versione un po’ appiattita di forme fisiche tipiche della visione monoculare della macchina fotografica, i suoi dipinti hanno un’intensa solidità e presenza fisica, al punto che le forme piu’ vicine sembrano pronte ad irrompere dalla tela.

Ventrone è veramente iper-realista, nel senso che ci permette di vedere più di quanto potremmo senza aiuto, se l’oggetto reale fosse messo di fronte a noi.

SERGIO ZAVOLI 2004
Ventrone affida al lavoro dei suoi pennelli lo stesso puntiglio e la stessa grazia che un, maestro del cinema assegna alla perfezione quasi icastica dell’inquadratura e, insieme, alla sua essenza, cioè alla loro stretta relazione.
 I pennelli di Ventrone sanno di dover fare un sapiente affilato, capillare mestiere: togliere verità, nel senso della somiglianza, al quadro; aggiungendo esistenza e rifiutando imposture, partecipando con lo stile e la rappresentazione alla natura poetica della forma fisica.
 C’è un momento in cui l’artista è una specie di rabdomante in cerca di un chiaro o di un grigio che stanno come il bianco alla perla o l’ombra al suo stesso corpo; e i pennelli aspettano di essere scelti, dopo un breve ruscellare di polpastrelli sui loro teli.

DUCCIO TROMBADORI 2000
Non guarda indietro nel tempo, ma avanti, e si pone aldilà della nube ideologica e della superinflazione critica che avvolge e ha condizionato la nobile arte della pittura nel ventesimo secolo.
 In un’epoca in cui i pittori si preoccupano perlopiù di fare i filosofi, curandosi assai meno di fare i pittori, Luciano Ventrone si è posto l’obiettivo di trovare la sua “filosofia” facendo affidamento esclusivo sull’arte del dipingere.
 La pittura per Ventrone resta una lingua viva ed egli si propone di farla parlare con l’effetto sorprendente di uno sguardo vivificante la potenza della luce fisica come unica sorgente di energia e di verità.

MARCO DI CAPUA 2000
Così guardi un dipinto di Ventrone e pensi alle leggendarie, immemoriali gare, agli scherzi raccontati da Plinio il Vecchio che Zeusi e Parrasio, nell’agòne del V secolo greco, coturni ai piedi, si fecero: un grappolo d’uva dipinto, ingannevole, invano beccato da uccelli; il trompe l’œil di una tenda affrescata che una mano inutilmente tenta di aprire.
Senza che mai la superficie sia risvegliata, animata contro i lineamenti della figura: non conosco pittore che sappia così bene potenziare l’immagine dissimulando le seduzioni e gli autonomi sortilegi della pittura.
Superfici imbevute di una luminosità strana, chicchi di melograno simili a perle fosforescenti gocciolate da un quadro di Vermeer… Ma qui ci si ferma perché siamo alla quintessenza della pittura, al di qua del suo indecifrabile codice segreto.

VITTORIO SGARBI 1999
La luce si mette al servizio dell’oggetto e attraverso il riflesso diventa materia, diventa sostanza integrante di ciò che illumina.
 E’ la luce immanente, luce che sta dentro le cose, che proviene da esse. […] E’ la luce-materia che rimanda alle origini dell’arte italiana prospettica, a Piero della Francesca, ovvero al concetto neoplatonico di luce come emanazione, come contenuto della forma-idea, come fattore strutturale e decisivo dell’harmonia mundi.
 In Ventrone non c’è vana nostalgia del tempo passato, c’è la consapevolezza che una figurazione fatta con luce e colori artificiali accentua in modo straordinariamente suggestivo la distanza fra ciò che si riproduce e ciò che nella tela viene riprodotto. La pittura diventa così il dominio dell’altro, regno contiguo a quello della natura in cui la frutta può assumere una coscienza plastica formidabile.

ACHILLE BONITO OLIVA 1997
L’arte di Ventrone attraversa il simbolico, la considerazione del tempo nello spazio, sviluppando un’immortalità reale. Ogni domanda implica la richiesta di un prodotto, ogni assorbimento è la soddisfazione di un bisogno. L’arte invece non è risposta, non è soddisfazione. L’arte di Ventrone è investigazione, domanda, complicazione.
 L’arte di Ventrone è mossa ancora da questo desiderio di dare persistenza all’effimero, di bloccare l’istantaneità, di condensare dentro di sé una sorta di profondità del tempo.

ROBERTO TASSI 1992
Gli oggetti inquieti
Una pittura che mette in scena la mimèsi e pone sotto i nostri occhi la verità degli oggetti e, a volte, di frammenti naturali.
 Vuole riprodurre tutto, i tocchi abbacinati della luce sulla lucida rotondità di un chicco d’uva, di un’arancia o di una mela, i delicati anfratti d’ombra entro le foglie accartocciate, la fragranza succosa della polpa nelle cocomere, i semi della melagrana come agate o rubini caduti dal frutto aperto, la pelle screpolata del caco troppo maturo, le lievi ammaccature di una pera, la delicatezza di un fiore di zucca, la rugosità di un cedro, la pruina che impallidisce il viola acceso di una prugna.
 La luce che blocca, candisce, tormenta, cristallizza e congela quelle frutta, quelle foglie e quelle verdure, non è una luce naturale, né mentale, sembra venire da un diverso mondo o essere prodotta da un faro misterioso.

GIORGIO SOAVI 1992
Zolle regali
Qualche tempo fa, scrivendo della pittura di Luciano Ventrone, avevo inventato la definizione Gioielleria della natura, sembrandomi esatto affermare che l’insieme della sua frutta o verdura posata nel vuoto di una tela, o l’apparizione di un tralcio d’uva che sporgeva da un cestino, ricordasse le ombre e le luci che stanno intorno a un gioiello. La frutta e gli altri elementi solidi ritratti da Luciano Ventrone hanno lo stesso solitario potere, la stessa forza dirompente; e la loro presenza in quel rettangolo di tela dipinta chiamata quadro ha la stessa suggestione.
Gli elementi sono evidenti e solari come personaggi di dolcezze, maturità e crudeltà della natura rappresentata al meglio.

FEDERICO ZERI 1989

The recent paintings of Luciano Ventrone, in Nature rediscovered, still lifes by Luciano Ventrone; Mostra personale dal 1 al 31 maggio 1989, Galleria Wildenstein Londra

FEDERICO ZERI 1986
Descritti con lucidità persino esasperata, i suoi vegetali sono definiti da una luce sapientemente violenta, che non è di un sole di Agosto, ma piuttosto quella dei teatri di posa dove viene realizzata l’immagine cinematografica. Le sue nature morte ci vengono proposte come attimi immobili di una vicenda che sta tra un antecedente e un futuro, come istanti, sospesi e incandescenti, di una realtà oggettiva definita, sino ad esserne divorata, da una luce implacabile, quasi siderica, contro fondi scuri di evocazione astrale o lunare da satellite o pianeta. La pittura di Luciano Ventrone è una continua scoperta ottica, un’incessante recupero della realtà oggettiva, che riemerge dopo l’alluvione di forme astratte, cerebrali ligogrifi, di grumi materici e di scritture gestuali.

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